Come riorganizzare la ‘ SPERANZA’ di crescere

Come riorganizzare la ‘speranza’ di crescere

Essere adolescente, vuol dire essere in un processo di crescita e di cambiamento, ed il disagio delle giovani generazioni è in parte connaturato all’esperienza stessa, di essere giovani.

La crisi dell’orientamento (il porsi in modo serio le questioni di senso), investe i giovani facendo sperimentare loro un senso di distanza e di  estraneità, sia nei confronti di sé stessi: che si esprime nell’incapacità di nominare le tonalità emotive da cui sono attraversati; nella distanza dagli altri: riduzione della socialità e del senso di comunità, sostenuto anche dalla crescente virtualizzazione delle relazioni; nella distanza dall’avvenire: che si manifesta nell’ eternizzazione del presente, e nell’ impossibilità di coltivare progetti di ampio respiro a causa del senso di incertezza che li pervade.

I diversi e variegati modi in cui si manifesta il disagio giovanile, esprimono, sia una lontananza, una mancanza, ma allo stesso tempo, comunicano anche una tensione ed un intenzionalità a cercare l’oggetto che possa soddisfare questo vuoto generato dalla mancanza, che si può indicare come una “volontà di autenticità”, e di contatto con sé stessi; un desiderio di futuro e di senso.

Il disagio, come manifestazione, allora,  non deve essere considerato solamente come tentativo di comunicare una difficoltà ed una mancanza, ma anche come espressione di un’intuizione, del presentimento di una possibilità[i].

L’inquietudine, è quindi, una condizione dell’adolescenza, che non rappresenta né un evento negativo, né tanto meno un  disturbo patologico, ma è una condizione necessaria ed una occasione per mettersi in movimento nella ricerca della propria verità, dentro al proprio orizzonte di senso. La sana inquietudine adolescenziale, attraversata da una sofferenza che può essere generativa,  permette di accogliere la novità, si lascia provocare dalla realtà; se però, la sofferenza si cristallizza, allora, si aprono altri scenari, che non sono più l’esperienza dell’incontro autentico con il vero sé ma il ripiegamento su sé stessi, la paralisi emotiva, la chiusura che conduce alla patologia[ii].

Interrogarsi sul ‘senso’ della vita, espone ad una condizione di fragilità, di vulnerabilità (cercare una direzione di senso può portare  a sbagliare strada o a smarrirla) che, di per sé non è negativa[iii], ma può diventarlo se vengono meno i fattori di protezione, cioè i dispositivi esterni, (genitori, familiari, amici, insegnanti educatori… le ‘basi sicure’) che devono preservare dal rischio che, cadendo, nel percorrere il sentiero, ci si ritrovi soli e incapaci di rialzarci. La questione educativa, emerge in primo piano e la domanda che l’accompagna è: “Ma quali sono le competenze da sviluppare e le esperienze formative che permetteranno al ‘nuovo adolescente’ di non annegare nella contemplazione di sé stesso ma di realizzare pienamente la sua persona?”.

Per prima cosa è necessario superare la visione crisiologica dell’adolescenza, perché la ‘crisi’ non è mai stata una prerogativa dell’adolescenza, a maggior ragione nell’attuale società liquida; il fatto è, che per la prima volta, è nell’adolescenza che ci si trova di fronte al compito di elaborare strategie per affrontare la crisi. Di fondamentale importanza, risulta poi, individuare il tipo di educazione di cui hanno bisogno i nostri giovani, ma non solo loro. La nostra epoca non ha bisogno di una educazione trasmissiva di regole e nozioni, ma piuttosto di affinare la coscienza in maniera tale che l’uomo possa scorgere le esigenze racchiuse nelle singole situazioni. E qui si innesta la questione pedagogica relativa al metodo: educare non significa trasmettere ma affinare, perciò le azioni istruttive unidirezionali, non sono di per sé educazione, e relativa al contenuto: il fine dell’educazione non sono le nozioni e le conoscenze ma la persona, che  è essenzialmente coscienza e responsabilità.

Il nuovo adolescente, per poter diventare forte ed essere in grado di affrontare le inevitabili crisi che incontrerà nell’esistenza, a partire dalla caratteristica crisi dell’orientamento, tipica dell’adolescenza, in cui si pongono seriamente le questioni di senso, avrà bisogno di uno sguardo educativo che sia orientato ad una Educazione alla consapevolezza e che tenga conto di due piani: 1. La consapevolezza e la conoscenza di sé; 2. Ampliare l’orizzonte in cui vivono ed il loro campo esperienziale.

Queste due piani sono fondamentali perché permettono di strutturare proposte formative che fanno uscire dal narcisismo, poiché, ampliare l’orizzonte, obbliga ad incontrare il mondo, ad uscire da sé, e può includere anche la possibilità di  un’educazione alla responsabilità di qualcuno o qualcosa che è altro da me. Inoltre, lo sguardo su di sé, non viene meno, ma si trasforma nella modalità e nel significato. Anziché essere uno sguardo narcisistico, egoistico ed auto-centrato, diventa uno sguardo che accoglie il diritto al Silenzio e all’introspezione, tempo indispensabile per affrontare con serietà la domanda: ma chi sono io veramente?, Cosa provo davvero?, magari, trovando anche le parole per imparare ad esprimerlo.

 “L’adolescente è qualcuno che sta costruendo parole da dire su di sé. Nella difficoltà a parlare, non sempre è contenuta una reticenza, spesso è presente una impossibilità  a dire la cosa e a dire qualcosa su questa difficoltà. Quanto irriti la parsimonia comunicativa dei ragazzi è esperienza comune e facilmente si finisce per attribuire loro l’intenzione di voler misurare l’informazione o di non voler condividere, per scelta, i propri pensieri. Ma non è sempre così.

L’adolescenza è anche un tempo di chiusura e di silenzio. C’è una coscienza di sé che si attua attraverso il silenzio, ma raramente questo fatto viene compreso sia dai ragazzi che dagli adulti, ormai del tutto dimentichi di questa dimensione del vivere.” [iv]

Diventa allora di fondamentale importanza, creare situazioni educative in spazi e luoghi per suggerire ai giovani le vie di quel silenzio che fa crescere; abbiamo visto, che sono venuti meno i dispositivi esterni (famiglia, genitori, scuola), è necessario rafforzare i dispositivi interni, cioè la coscienza.

 Il narcisismo e l’individualismo sembrano essere i sintomi di un disagio derivante dalla crisi del senso e dei valori, perciò un’ educazione all’autotrascendenza può rappresentare un correttivo atto a ricostruire un orizzonte esistenziale significativo. Un’educazione che riconosca, che la persona per crescere e divenire pienamente tale non ha bisogno soltanto che siano soddisfatte le sue esigenze fisiologiche e psicoaffettive, ma necessita di scopi e valori ai quali orientarsi, perché la realizzazione di sé e delle proprie potenzialità, non può essere oggetto di intenzione diretta, ma risulta come effetto generato dalla realizzazione di uno scopo: “poiché solo nella misura in cui ci diamo, ci doniamo e ci mettiamo a disposizione del mondo, dei compiti e delle esigenze che, a partire da esso, ci interpellano nella nostra vita, nella misura in cui ciò che conta per noi è il mondo esteriore e i suoi oggetti, e non noi stessi e i nostri propri  bisogni, nella misura in cui noi realizziamo dei compiti e rispondiamo a delle esigenze, nella misura in cui noi attuiamo dei valori, e realizziamo un significato, in questa misura solamente noi ci appagheremo e realizzeremo ugualmente noi stessi”.[v]

Un’educazione tesa a riscoprire e coltivare nei giovani la forza propulsiva degli ideali, dei significati esistenziali e dei valori, oltre a riflettere una teoria motivazionale calibrata sull’intenzionalità e l’autotrascendenza dello spirito umano, costituisce probabilmente anche la risposta più efficace al disagio derivante dalla frustrazione di alcuni bisogni di ordine socio-economico o emotivo relazionale.[vi] L’esperienza educativa in realtà associative (es. parrocchia) può permettere questa esperienza e crescita. Se l’educazione non è più intesa come trasmissione delle conoscenze ma bensì, come affinamento della coscienza, allora dobbiamo considerare come esperienza formativa per la crescita dell’adolescente, un’educazione alla comunità (o gruppo).

All’ interno del gruppo di adolescenti, l’età è simile, per cui i ragazzi si ritrovano lì con la stessa questione: dover cambiare, dover crescere. Avere la stessa età, e gli stessi compiti evolutivi è il cemento affettivo del gruppo. Il gruppo ha il potere di infondere nei ragazzi,  il coraggio di potercela fare, di credere che la crescita sia possibile. Inoltre dal punto di vista affettivo, simbolico e normativo, il gruppo dei pari sostituisce l’appartenenza originaria alla famiglia; nel gruppo di amici il ragazzo parla, si confida, è a loro che si affida nei momenti critici; dal gruppo assorbe i valori, impara norme di comportamento e sperimenta nei suoi confronti una grande dedizione.

Il gruppo, può diventare uno strumento educativo di grande portata sia per crescere nella responsabilità e nella capacità di aver cura degli altri, ma anche perché nella relazione con gli altri mi viene restituita l’immagine di ‘chi sono io’ e questo accresce la consapevolezza di sé. Infatti, uno scopo del gruppo è quello di “rispecchiare coloro che hanno intenzione di sapere come sono fatti, dentro e fuori. Alla mente del gruppo i singoli membri delegano, infatti, una vera e propria funzione ostetrica, nei confronti del loro Vero Sé.”[vii]

E’ emerso, dall’analisi fatta sulle ragioni che portano i nuovi adolescenti ad avere paura del futuro, che vi è interdipendenza tra le insicurezze educative dei genitori e le incertezze esistenziali dei ragazzi, per questo è opportuno considerare anche un’educazione che consideri i dispositivi esterni, cioè i genitori, che dovrebbero avvolgere, come un  imballaggio di sicurezza, il fragile adolescente, per far sì che non si frantumi inciampando nelle crisi evolutive. Una educazione dei genitori che si realizza creando situazioni e luoghi di confronto, magari anche tra le mura degli spazi scolastici, affinché si trasformino in  luoghi di partecipazione con le famiglie e tra le famiglie, dove si possa realizzare lo  scambio di esperienze e di pensiero condiviso, per ricostruire attorno ai genitori, spesso troppo soli ed isolati, una rete significativa che possa sostenerli ed agevolarli nelle scelte educative.

 “Sarebbe auspicabile in questo senso, che si riscoprissero le ragioni pedagogiche e politiche di quell’ideale di ‘comunità educante’ che nel tempo si è andato affievolendo”.[viii]

[i] D. Bruzzone, I ragazzi sono cambiati (e gli adulti anche). Nuove direzioni di senso per l’educazione, “Ricerca di Senso”, n. 1, 2011, pp. 43-58.

[ii] Intervento di P. P. Prof. Charmet del 25 Gennaio 2013 a Padova, Non ho l’età: il futuro visto da chi lo farà; http://www.youtube.com/watch?v=JCCldYNQmM8.

[iii] D. Bruzzone, I ragazzi sono cambiati (e gli adulti anche). Nuove direzioni di senso per l’educazione, “Ricerca di Senso”, n. 1, 2011, pp. 43-58.

[iv] A. Fabbrini, A. Melucci, L’età dell’oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza, Feltrinelli, Milano, 1992, p. 38-39.

[v] D. Bruzzone, Disagio giovanile e ricerca di senso,  in “Pedagogia e Vita”, 66, 2008, n. 5-6, pp. 205-206.

[vi] D. Bruzzone, I ragazzi sono cambiati (e gli adulti anche). Nuove direzioni di senso per l’educazione, in “Ricerca di Senso”, n. 1, 2011, pp. 43-58.

[vii] G. P.  Charmet, F. Scaparro, Belletà. Adolescenza temuta, adolescenza sognata, Bollati e Boringhieri, Torino 1993, p. 78.

[viii] D. Bruzzone, I ragazzi sono cambiati (e gli adulti anche). Nuove direzioni di senso per l’educazione, in “Ricerca di Senso”, n. 1, 2011, pp. 43-58.

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Poesie

Valore

Considero valore ogni forma di vita,

la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale,

l’assemblea delle stelle.

Considero valore il vino

finché dura il pasto,

un sorriso involontario,

la stanchezza di chi non si e’ risparmiato,

due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani

non varrà più niente

e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua,

riparare un paio di scarpe, tacere in tempo,

accorrere a un grido,

chiedere permesso prima di sedersi,

provare gratitudine senza ricordare di che.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Tratto da: “Opera sull’acqua e altre poesie” di Erri De Luca

Poesie

SACCHI A TERRA PER GLI OCCHI

Qualunque cosa tu dica o faccia

c’è un grido dentro:

non è per questo, non è per questo!

E così tutto rimanda

a una segreta domanda…

Nell’imminenza di Dio

la vita fa man bassa

sulle riserve caduche,

mentre ciascuno si afferra

a un suo bene che gli grida: addio!

                                          (Clemente Rebora)